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PATRICK TUTTOFUOCO E ANDREA SALA

MONTE AMIATA 

SCHIAVO ZOPPELLI GALLERY

21.07.2020 - 02.08.2020

INFO E DETTAGLI
COMUNICATO STAMPA E DIDASCALIE OPERE
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Monte Amiata, il progetto di Patrick Tuttofuoco e Andrea Sala per Massimo De Carlo VSpace, nasce da un’esigenza critica e di riflessione: come approcciare un ambiente che nulla ha di fisico, di tangibile, per due artisti la cui ricerca è così legata ai materiali, alle tecniche, alle forme e al rapporto fisico tra corpo e spazio? Come restituire la sensazione del reale nell’impalpabile mondo del digitale?

La risposta a questo interrogativo è arrivata, forte e chiara, dalla visita dei due artisti ad un edificio esistente, un luogo diventato iconico che racconta di una Milano che si preparava, negli anni ’70, a varcare la soglia del post-moderno: il complesso abitativo Monte Amiata al Gallaratese, frutto della collaborazione fra gli architetti Carlo Aymonino e Aldo Rossi.

I due artisti, in un pomeriggio assolato di giugno, si sono lasciati guidare dal gioco di livelli, di forme primarie e soprattutto di colori: il dominante grigio e bianco del cemento sul quale si innestano il rosso e il giallo degli androni coperti che definiscono, come in un videogioco, i percorsi che attraversano tutta l’architettura. Con i colori gioca anche la luce, che, grazie al complesso sistema di aperture, balconate, e sovrapposizioni, produce continui effetti di chiaroscuro.

Unire l’esperienza di uno spazio con una così potente capacità di astrazione alle possibilità di annullamento delle leggi fisiche del corpo data dalla tecnologia virtuale, ha permesso a Tuttofuoco e Sala di esplorare in modo inedito il rapporto di tensione tra le opere d’arte, lo spazio e il visitatore. L’architettura del Monte Amiata non è quindi semplice contenitore scenografico ma elemento generatore di una nuova esperienza resa possibile dalle nuove tecnologie.

Sulle pareti rosse i pastelli su carta di Andrea Sala, i suoi Balconi, raccontano un tempo, un momento, l’esigenza di un nuovo punto di vista, un invito ad osservare: ciò che Sala osserva, anche in questo caso, non è il mondo reale ma suggestioni, immagini immaginate, vagamente antropomorfe ed erotiche.

Dal giallo emergono invece le sculture di marmo e acciaio di Patrick Tuttofuoco, forme mutuate dalla statuaria classica, la cui intensità e forza espressiva sono combinate con l’alta performance tecnologica contemporanea necessaria per realizzarle. Le braccia e le mani di Tuttofuoco nascono dal medesimo presupposto che ha guidato il progetto virtuale di Monte Amiata: la volontà di intercettare un linguaggio nuovo e appropriarsi delle sue regole per indagare a fondo le evoluzioni delle più tradizionali aspirazioni e dinamiche umane in rapporto ai rapidi cambiamenti imposti dalle nuove tecnologie.

 

La pratica di Patrick Tuttofuoco (Milano, 1974) tesse un dialogo tra gli individui e la loro capacità di trasformare l’ambiente in cui vivono. Esplora le nozioni di comunità e integrazione sociale al fine di coniugare il fascino sensoriale immediato e il potere di innescare risposte teoriche profonde. Tuttofuoco fonde Modernismo e Pop e spinge la figurazione verso l’astrazione, utilizzando l’uomo come paradigma dell’esistenza, matrice e unità di misura della realtà. Da questo processo interpretativo e cognitivo vengono prodotte infinite versioni dell’individuo e del contesto in cui vive, da cui sono generate forme in grado di animare le sculture. Patrick Tuttofuoco ha partecipato alla 50 Biennale di Venezia (2003), a Manifesta 5 (2004), alla 6^ Biennale di Shanghai (2006) e alla 10^ B iennale dell’Havana (2009). Le sue opere sono state esposte in diverse istituzione, quali la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Turino (2006), la Künstlerhaus Bethanien, Berlino (2008), Hangar Bicocca, Milano (2015), OGR, Grandi Officine Riparazioni, Turino (2017), Casa Italia, Pyeongchang (2018) e Maxxi, Roma (2018). Nel 2017 è stato selezionato dall’Italian Council con il progetto ZERO, un’installazione itinerante che ha viaggiato fra Rimini, Berlino è Bologna (2018).

La ricerca artistica di Andrea Sala (Como, 1976), ispirata all’estetica tradizionale e alle avanguardie del XIX secolo, in particolare nel campo del Design, dell’Architettura e delle Arti Visive in generale, trova compimento nell’essenzialità delle forme e nell’utilizzo di tecniche tradizionali applicate a materiali industriali, o viceversa. La scelta dei materiali ha un ruolo centrale nella pratica di Sala: l’artista li seleziona in base alle peculiarità intrinseche della materia, che si modifica durante tutte le fasi del processo di produzione. Osservato da vicino, esplorato nel suo farsi, esso è come un racconto, composto da pezzi da accostare, tanto enigmatico quanto evidente e manifesto come la storia della nostra cultura materiale. Questa attitudine consente di superare la compiutezza della fonte iniziale per lasciare spazio a opere sempre più “corrotte” da influenze diverse. Sala indaga il mondo dei beni industriali, in cui la funzione degli oggetti man mano si perde grazie all’effetto decontestualizzante del procedimento artistico. Seziona il mondo delle cose con cura e ossessiva scrupolosità e le trasforma in un personale alfabeto alla base di un fare sempre alla ricerca delle proprie ragioni. Le sue opera hanno ricevuto attenzione internazionale e sono state esposte in diverse istituzioni, fra cui la 9^ Biennale d’Architettura di Venezia (2004), il MAMCO Musée d’art moderne et contemporain di Ginevra (2003), MACO, Museum of Contemporary Art of Oaxaca (2007), Kaleidoscope Space a Milano (2010), La Maison Rouge a Paris (2012), il Musée d’art de Joliette (2012) e la Fondation Guido Molinari a Montréal (2012).